Avendo per alleati il gas e il petrolio, l’economia russa (il paese dei “nuovi ricchi” con denaro sufficiente per investire) è diventata una potente calamita per tutti coloro che possiedono beni da vendere. In testa all’elenco dei consumi si trovano (oltre all’acquisto della seconda o la terza casa) i beni di “lusso” come i gioielli, la mobilia e l’arte. Ed è proprio a questa nuova classe russa, tutta caviale e champagne, che è dedicata la “Moscow World Fine Art Fair”, fiera mondiale d’arte che fin dall’inizio (cinque anni fa) è drammaticamente cresciuta sia in numero di vendite che in numero di espositori. E anche non avendo battuto il gigante delle fiere, la Maastricht Art Fair (che ha 21 anni di vita e 200 espositori), la fiera moscovita di quest’anno (dal 24 maggio al 2 giugno) con i suoi 80 espositori internazionali, è diventata un serio avversario, particolarmente nelle aree dell’arte contemporanea e dell’arte russa classica, nonché della gioielleria.
Diversamente dalla maggior parte delle fiere d’arte che semplicemente si dedicano a erigere bianchi muri su cui accalcare gli espositori (mirando in realtà a fare un affare più che a realizzare un evento straordinario), la Fiera di Mosca si presentò apertamente come una fiera esclusiva e ultra chic dove la maggior parte delle gallerie sembravano piccoli musei privati. Mentre soltanto poche gallerie potrebbero essere decisamente scartate (infatti uno si chiede cosa stanno a fare lì), c’era un elevato numero di straordinarie gallerie che, alla stessa stregua dell’idillio di Madame Pompadour con i dipinti di Boucher, erano in grado di creare ondate di estasi nei visitatori. Il primo caso comprende le parigine B. & B. Steinitz e Galerie Schmit, strategicamente ubicate all’ingresso della fiera, specializzate in dipinti, mobilia e oggetti d’arte dei secoli XVII e XVIII, che riuscivano a ricreare un ambiente richiamante i ritratti di John Singer Sargent. Un dato interessante: ogni volta che consultavo un prezzo, mi veniva detto che l’oggetto era stato venduto a un compratore russo senza che fosse possibile venire a sapere l’ammontare della vendita. Ad ogni modo, era ancora possibile acquistare uno specchio straordinario per 190.000 dollari. La Galerie Schmit, da parte sua, presentò se stessa come un museo, con opere di Degas, Manet, Monet, Sisley, Renoir e Boudin. Il pezzo che forse era l’opera più costosa di tutte era un Cezanne assolutamente degno di un museo: Paysage du Midi (1885-1887), il quale poteva comprarsi per 44.6 milioni di dollari.
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Rauf Mamedov, Supper at Emmaus (2007) |
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Così come accadde con Cuba negli anni ’80 e come attualmente accade con Mao in Cina, le opere degli artisti del contemporaneo il cui lavoro si oppone al governo (anche se in maniera nascosta o ironica) “volavano via” dai muri espositivi, acquistate nella maggior parte da collezionisti russi. Oltre a un’impeccabile tecnica, la cosa più vistosa in queste opere era chiaramente il soggetto, come nel caso della galleria russa Aidan, fondata nel 1992, che presentò il trittico fotografico di Rauf Mamedov della serie Cena in Emaus (2007). Un set fu venduto per 112.000 dollari. Fuor che per la fanciulla nuda che rappresenta la resurrezione di Cristo così com’è descritta nel vangelo di Luca, tutte le modelle soffrono la sindrome di Down. Curiosamente l’espressione di paura nei loro volti coincide con le espressioni sui volti degli apostoli nella pittura di Rembrandt con lo stesso soggetto.
Leonid Sokov, Stalin and Marilyn (2007) |
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A sua volta la galleria XL di Mosca presentò una fotografia in bianco e nero, sorprendentemente vivida, di Oleg Kulik (che si trova fra gli artisti contemporanei russi più noti) in cui una ragazza nuda – della serie Paura del 1999 – misteriosamente in piedi con l’acqua che le arriva quasi fino alla vita, vede allontanarsi, galleggiando, il suo bianco vestito da sposa.
La galleria parigina Orel Art vendette per 72.000 dollari l’opera God for the Big People (2008) di Andrei Molodkin. Basata in una foto scattata da una telecamera di vigilanza, il dipinto raffigura un corteo di veloci limousine che portano un gruppo di intoccabili politici (seduti dietro i vetri scuri) alla loro prossima riunione. Sullo sfondo, eclissando ogni cosa, la Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca. Nella stessa galleria il dipinto pop art di Leonid Sokov Stalin e Marilyn (2007) fu venduto per 44.000 dollari. (Ironicamente, fu Kruscev – nominato molto di rado oggi giorno – a essere colpito d’amore per Marilyn e non Stalin).
La galleria Regina di Mosca, una delle prime gallerie d’arte private fondate nel 1990, scelse di presentare grandi ritratti, ricreazioni delle illustrazioni di personalità russe del Wall Street Journal eseguite dal pittore spagnolo José María Cano, per un valore di 55.000 dollari. E spuntando come una mosca nel latte, uno dei pochi nordamericani presenti nella fiera, Andy Warhol, dalla mano della Rudolf Budja gallery di Salisburgo, che lo teneva “nascosto” dietro un paio di opere di Lichtenstein. L’opera Holstentor di Warhol del 1980 della serie Monumenti tedeschi era venduta per circa 5.7 milioni di dollari.
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Ivan Konstantinovich Aivazovsky, Venice at Night |
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Per coloro che sono andati a Mosca sperando di trovare una galleria d’arte aborigena, c’era Lauraine Diggins Fine Art (North Caufield, Victoria, Australia) presentando dipinti senza cornice (un sollievo per le spese di trasporto) appese sui muri o poggiate direttamente sul pavimento come in una fiera turca; i dipinti erano le opere squisite eseguite dalle rinomate sorelle Petyarr.
Probabilmente il dipinto più sublime della fiera – il cui prezzo era poco più di un milione di dollari – custodita saggiamente sotto chiave in un armadio di antichità, era presentata dalla Galleria di Aretvera (Ginevra): l’opera di Ivan Konstantinovich Aivazovsky (1817-1900) Venezia di notte.
Per quanto riguarda i gioielli, per un valore di mille milioni di dollari in gioielli custoditi da una dozzina di uomini dei servizi segreti russi, la fiera fece capire chiaramente che nemmeno i gioielli del Ponte Vecchio, Gold Souk in Dubai o i Romanov nel loro apogeo potevano offrire un simile splendore. Non mancava nessuno all’appello: Bulgari, Moussaieff, Graff, Van Cleef & Arpels, Cartier e Tiffany & Co. Senza dubbio quella di maggiore spicco fu la succursale di Parigi del mondialmente noto Harry Winston. Le sue quattro stanze art deco disegnate dall’architetto Frederic Legendre con inputs di Sandrine de Laage (ex Cartier) vinse il premio Presentation per la “coerenza della sua presentazione, l’unità dello spazio fra i pezzi e la qualità delle luci e del colore”. Centro della scena in questo cielo deco, una collana di diamanti di 2,9 milioni di dollari da cui pendeva un rarissimo Zaffiro Padparadscha di 37,92 carati dal colore rosa arancione.
L’unico a essere assente in questo ricchissimo banchetto reale fu... lo Zar in persona.
(riassunto edito dell’articolo scritto da Edward Rubin per HUMA3; la critica completa si può leggere in lingua originale in Billion dollar Baby)
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Moscow World Fine Art Fair |